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Un tavolo di crisi per la plastica: perchè?

Un tavolo di crisi per la plastica: perchè?

L’Italia è storicamente uno dei Paesi europei più virtuosi nel riciclo degli imballaggi in plastica, grazie anche al sistema consortile guidato dall’asse CONAI-COREPLA. Negli ultimi anni, il tasso di riciclo degli imballaggi plastici è cresciuto in modo significativo, sostenuto dagli obiettivi europei del Green Deal.
Perchè allora si sente parlare di crisi della plastica ed è stato istituito un tavolo istituzionale per discuterne?

Un settore colpito da vari fattori.

Negli ultimi due anni  si è assistito ad una inversione di tendenza rispetto alle precedenti annualità, dovuta a vari fattori:

  • Crollo dei prezzi del polimero riciclato, spesso meno competitivo rispetto alla plastica vergine importata.
  • Aumento dei costi energetici e logistici, che incide soprattutto sugli impianti di selezione e riciclo meccanico.
  • Concorrenza extra-UE, con flussi di materiali a basso costo provenienti da mercati meno regolati.
  • Domanda stagnante da parte dei trasformatori, in particolare nei settori edilizia, automotive e packaging non alimentare.

Il risultato è un forte stress finanziario per molte aziende della filiera: selezionatori, riciclatori e produttori di granulo riciclato.

Il tavolo di crisi sulla plastica

Di fronte alle difficoltà del comparto, il Governo ha istituito un tavolo di crisi sulla plastica presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, coinvolgendo imprese, associazioni di categoria, consorzi e rappresentanze sindacali.

Gli obiettivi principali del tavolo sono:

  1. Monitorare la situazione economico-finanziaria delle aziende del settore.
  2. Valutare misure di sostegno temporanee, anche sul fronte energetico.
  3. Rafforzare la domanda di materiale riciclato, ad esempio tramite:
    • obblighi di contenuto minimo riciclato,
    • criteri ambientali minimi (CAM) negli appalti pubblici,
    • incentivi fiscali per l’uso di plastica riciclata.
  4. Contrastare fenomeni di dumping e concorrenza sleale.

Il confronto si inserisce in un quadro europeo più ampio, dove la sfida è duplice: da un lato ridurre la produzione di plastica monouso, tra gli obiettivi primari del nuovo Regolamento  Europeo Imballaggi (PPWR),  dall’altro garantire la sostenibilità economica del riciclo.

Plastica vergine vs plastica riciclata

Uno dei problemi centrali è la forte correlazione tra prezzo della plastica vergine e prezzo del petrolio.
Quando il costo delle materie prime fossili diminuisce, la plastica vergine diventa più economica, mettendo fuori mercato il materiale riciclato, che ha costi di raccolta, selezione e trattamento più elevati.

Questo squilibrio evidenzia un limite strutturale: il mercato da solo non garantisce la transizione circolare. In assenza di politiche industriali mirate, di strumenti fiscali o regolatori e di obblighi di utilizzo di riciclato il rischio è che si blocchino investimenti in nuovi impianti e tecnologie avanzate.

Implicazioni ambientali

In aggiunta, la crisi del settore industriale, si traduce anche in una crisi ambientale.

Se gli impianti riducono la produzione o chiudono:

  • aumenta il rischio di esportazione dei rifiuti plastici,
  • cresce la quota di avvio a recupero energetico,
  • si rallenta il raggiungimento degli obiettivi europei di riciclo e contenuto minimo riciclato.

Quali prospettive?

Il 2026 potrebbe rappresentare un anno decisivo. Molto dipenderà da:

  • attuazione concreta degli obblighi europei sul contenuto riciclato;
  • stabilità dei prezzi energetici;
  • capacità del tavolo di crisi di tradurre il confronto in misure operative.

Per il mondo ambientale, la sfida è di riuscire a trasformare una crisi industriale in un’occasione per rafforzare la qualità del riciclo, l’eco-design e la responsabilità estesa del produttore.

Articolo pubblicato il 27 Febbraio 2026

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