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Caldo estremo: come possiamo difenderci in modo sostenibile?

Le ondate di calore non sono più eventi eccezionali. Negli ultimi anni, complici i cambiamenti climatici, gli episodi di caldo estremo sono diventati più frequenti, intensi e prolungati.

Difendersi è necessario — ma farlo in modo sostenibile è oggi la vera sfida.

La buona notizia? Ridurre l’impatto ambientale e proteggersi dal caldo possono andare nella stessa direzione.

Raffrescare la casa in modo intelligente.

Il primo impulso è accendere il condizionatore. Funziona, ma ha un costo energetico e climatico importante, soprattutto se usato in modo intensivo.

Alternative più sostenibili:

  • Schermare le finestre con tende chiare, persiane o pellicole riflettenti
  • Arieggiare solo nelle ore più fresche (notte e mattino presto)
  • Usare ventilatori: consumano fino a 10 volte meno di un climatizzatore
  • Inserire piante su balconi e davanzali: riducono la temperatura percepita

Il condizionatore? Meglio usarlo in modo intelligente: non sotto i 26°C e ovviamente con porte e finestre chiuse.

Ripensare i materiali, anche nell’abbigliamento.

Quello che indossiamo fa una differenza enorme. Tessuti sintetici trattengono calore e sudore, mentre fibre naturali permettono al corpo di respirare.

Scelte più sostenibili:

  • Cotone biologico o riciclato, lino (uno dei materiali più sostenibili disponibili oggi), canapa (poco utilizzata nell’industria dell’abbigliamento ma un’ottima scelta come impatto ambientale)
  • Colori chiari che riflettono la luce
  • Abiti larghi che favoriscono la ventilazione naturale

Meno lavaggi inutili e meno capi “usa e getta” aiutano anche a ridurre l’impatto complessivo.

Idratarsi… senza plastica

Bere è fondamentale, ma spesso lo facciamo aumentando i rifiuti.

Alternative semplici:

  • Borracce riutilizzabili
  • Acqua del rubinetto (dove sicura)
  • Infusi freddi fatti in casa invece di bevande confezionate

Alcune semplici attenzioni quotidiane possono evitare decine di bottiglie di plastica durante l’estate.

Alimentazione leggera e a basso impatto

Il caldo cambia anche ciò che mangiamo. Piatti freschi e semplici sono migliori per il corpo — e spesso anche per l’ambiente.

Preferire:

  • Frutta e verdura di stagione
  • Alimenti poco trasformati
  • Piatti freddi che non richiedono lunghe cotture

Ridurre l’uso di forno e fornelli nelle ore più calde significa anche abbassare la temperatura in casa.

Città più fresche: il ruolo degli spazi verdi

Sostenere politiche di riforestazione urbana e progettazione sostenibile è parte della soluzione.

Alberi, parchi e superfici verdi:

  • Abbassano la temperatura urbana
  • Migliorano la qualità dell’aria
  • Offrono rifugi naturali durante le ore più calde

Cambiare abitudini per adattarsi al clima e vivere meglio.

Difendersi dal caldo estremo non significa necessariamente consumare di più. Al contrario, spesso le soluzioni più efficaci sono anche le più semplici e sostenibili.

Adattarsi al clima che cambia richiede nuove abitudini, ma offre anche un’opportunità: vivere meglio, consumando meno.

Microplastiche: le nuove regole UE e cosa cambia per le imprese

Negli ultimi anni, le microplastiche sono diventate uno dei temi centrali nelle politiche ambientali europee. L’Unione Europea ha infatti intensificato le iniziative per limitarne la dispersione nell’ambiente, introducendo misure sempre più stringenti che impattano direttamente anche sulle imprese.

Cosa sono le microplastiche

Le microplastiche sono particelle di materiale plastico di dimensioni inferiori a 5 mm.

Possono essere:

  • primarie, cioè intenzionalmente aggiunte ai prodotti (ad esempio in cosmetici, detergenti, fertilizzanti);
  • secondarie, derivanti dalla degradazione di oggetti plastici più grandi.

Il nuovo quadro normativo europeo

Il principale intervento normativo è rappresentato dal regolamento adottato nell’ambito del sistema REACH (Regolamento UE 2023/2055, voce 78 dell’Allegato XVII del Regolamento REACH), che introduce una restrizione sull’immissione sul mercato di microplastiche aggiunte intenzionalmente.

La misura:

  • vieta la vendita di prodotti contenenti microplastiche intenzionalmente aggiunte, salvo specifiche deroghe;
  • prevede periodi transitori differenziati (fino a 8–12 anni in alcuni settori);
  • introduce obblighi di etichettatura e informazione per i prodotti che continuano a essere immessi sul mercato durante la fase transitoria;
  • richiede, in alcuni casi, la rendicontazione annuale delle quantità utilizzate.

Implicazioni per le aziende

Le nuove regole hanno impatti trasversali su numerosi settori:

  • cosmetico e detergenza, tra i più direttamente coinvolti;
  • fertilizzanti, vernici, adesivi e prodotti industriali, dove le microplastiche possono avere funzioni tecniche;
  • filiere plastiche e packaging, in particolare per il tema della dispersione secondaria.

Le imprese sono chiamate a:

  • verificare la presenza di microplastiche nei propri prodotti e nelle materie prime;
  • valutare alternative tecniche;
  • adeguare etichette, schede tecniche e comunicazioni lungo la catena di fornitura;
  • monitorare gli sviluppi normativi, ancora in evoluzione.

La guida esplicativa dell’UE sulle microplastiche.

La Commissione europea ha reso disponibile una guida esplicativa sulla restrizione delle microparticelle di polimeri sintetici (microplastiche) allo scopo di chiarire le disposizioni e facilitare l’attuazione della restrizione sulle microplastiche prevista dal regolamento (UE) 2023/2055.

La guida è stata predisposta dai servizi tecnici della Commissione europea in collaborazione con ECHA e gli Stati membri.

La guida è composta da:
– una sezione descrittiva (Parte I) che descrive in termini semplici le disposizioni e l’attuazione della restrizione, disponibile anche in italiano;
– una serie di “domande e risposte” (parte II) che raccoglie le risposte fornite alle domande dei paesi dell’UE e delle parti interessate, disponibile solo in inglese;
– allegati (Parte III) con alberi decisionali ed esempi di casi limite, disponibile solo in inglese.

Qui puoi consultare la guida della Commissione Europea sulle microplastiche.

 

Stop al Greenwashing: come il D.Lgs. 30/2026 cambia le regole del gioco.

Quante volte vi è capitato di stringere tra le mani un prodotto con un bel packaging color cartone grezzo, una fogliolina verde in evidenza e la scritta altisonante “100% eco-friendly”, per poi scoprire che di ecologico c’era ben poco?

Quell’era sta per finire.

Un decreto sul Greenwashing.

 Il 9 marzo 2026 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il D.Lgs. n. 30/2026, il decreto che recepisce la Direttiva UE 2024/825 (Empowering Consumers for the Green Transition). Le nuove regole sono già entrate formalmente in vigore il 24 marzo, ma diventeranno pienamente obbligatorie per il mercato a partire dal 27 settembre 2026.

L’obiettivo? Riscrivere il Codice del Consumo per proteggerci dalle false promesse ambientali e dare finalmente valore a chi la sostenibilità la fa sul serio.

Cosa cambia concretamente? I 4 pilastri della svolta.

Il nuovo decreto elimina le “zone grigie” del marketing creativo introducendo divieti stringenti e obblighi di trasparenza. Ecco i punti chiave da conoscere:

1. Addio alle  asserzioni ambientali generiche.

Termini come “green”, “eco-friendly”, “amico della natura” o “sostenibile” non potranno più essere usati con leggerezza. Da settembre, qualsiasi dichiarazione ambientale dovrà essere specifica, chiara e soprattutto dimostrabile attraverso dati scientifici e certificazioni verificate. Se non puoi provarlo, non puoi scriverlo.

2. Stop ai crediti di carbonio facili.

Una delle novità più rivoluzionarie riguarda i prodotti spacciati come “a impatto zero” o “neutrali dal punto di vista climatico”. Il decreto vieta espressamente di dichiarare la neutralità climatica se questa si basa esclusivamente sulla compensazione delle emissioni (i famosi carbon credits). Comprare crediti per piantare alberi dall’altra parte del mondo non autorizza più un’azienda a definirsi “pulita” se non riduce l’impatto della propria filiera produttiva.

3. Certificazioni serie, non “fai da te”

Le etichette di sostenibilità saranno ammesse solo se fondate su sistemi di certificazione trasparenti, basati su standard internazionali e verificati da organismi terzi e indipendenti.

4. Guerra all’obsolescenza programmata

La transizione verde passa inevitabilmente dalla circolarità. Il decreto impone alle aziende la massima trasparenza su:

  • durabilità e riparabilità: dovranno essere chiaramente indicati la disponibilità dei pezzi di ricambio, i manuali di manutenzione e gli indici di riparabilità.

  • aggiornamenti software: per i dispositivi digitali, i produttori dovranno dichiarare per quanto tempo i software verranno garantiti, evitando che un dispositivo perfettamente funzionante diventi un rifiuto tecnologico prima del tempo.

Le sanzioni per il Greenwashing.

Chi inquina il mercato con informazioni false rischia sanzioni pesantissime da parte dell’AGCM (l’Antitrust), che possono arrivare fino a 5 milioni di euro o al 4% del fatturato annuo per le violazioni su scala europea. Oltre, chiaramente, a un danno reputazionale.

Oltre il nome: come classificare correttamente i rifiuti speciali.

 

“Pronto? Buongiorno, ho un’acqua di lavaggio da smaltire, potete occuparvene voi?”

Per chi opera come professionista del mondo dei rifiuti capita spesso di ricevere richieste generiche come questa da tradurre in prassi concrete e corrette.
Per arrivare ad una corretta classificazione di un rifiuto speciale, bisogna partire da alcune domande: da quale ciclo produttivo deriva? Quali sono le materie prime utilizzate? Ogni quanto tempo viene prodotto? I dettagli possono fare la differenza.

Cosa significa classificare correttamente un rifiuto speciale

La classificazione di un rifiuto speciale è il processo con cui si attribuisce a un rifiuto il codice CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti) corretto, si verificano le sue caratteristiche di pericolo (HP) e si stabiliscono le modalità legali di gestione. Non si tratta di una formalità: dalla classificazione dipendono il trasporto, lo stoccaggio, la documentazione obbligatoria e gli impianti autorizzati al trattamento.
La responsabilità della classificazione, per legge, è sempre in capo al produttore del rifiuto.

Da dove si parte per classificare un rifiuto speciale

Per classificare correttamente un rifiuto speciale occorre raccogliere informazioni precise sul processo produttivo che lo genera. Le domande fondamentali sono:

  • Da quale ciclo produttivo deriva il rifiuto?
  • Quali materie prime sono state utilizzate?
  • Con quale frequenza viene prodotto?
  • Sono presenti sostanze pericolose? In quali concentrazioni?

Anche un dettaglio apparentemente secondario — come la presenza di un additivo chimico in tracce — può cambiare completamente la classificazione e il regime applicabile.

Cosa succede se la classificazione è sbagliata

Una classificazione errata di un rifiuto speciale produce conseguenze concrete e costose:

  •  l’impianto di destinazione può rifiutare il carico
  • il rifiuto torna indietro con costi aggiuntivi di trasporto e gestione
  • possono scattare sanzioni amministrative e, nei casi più gravi, penali
  • il produttore rimane esposto a responsabilità ambientale

Il rischio più grave è quello dei danni ambientali derivanti da una gestione non conforme.

Quali sono i passaggi tecnici per una classificazione corretta

Una classificazione corretta segue un percorso strutturato:

  1. Analisi dell’origine: identificare il processo produttivo e le materie prime coinvolte
  2. Valutazione della composizione chimica: verificare la presenza e la concentrazione di sostanze pericolose, con riferimento alle schede di sicurezza (SDS)
  3. Verifica delle caratteristiche di pericolo HP: infiammabilità (HP3), tossicità (HP6), cancerogenicità (HP7) e le altre caratteristiche previste dal Regolamento UE 1357/2014
  4. Attribuzione del codice CER: con particolare attenzione ai codici a specchio, che richiedono una valutazione analitica per determinare se il rifiuto è pericoloso o non pericoloso
  5. Definizione delle modalità di gestione: stoccaggio, etichettatura, registro di carico e scarico, formulario di trasporto (FIR), iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali

Perché una classificazione corretta conviene anche economicamente

Una corretta classificazione permette di:

  • evitare sanzioni e blocchi operativi
  • accedere agli impianti di trattamento appropriati
  • pagare il costo reale di smaltimento, senza sovraccosti da errata attribuzione
  • ridurre i rischi legali e ambientali a carico dell’azienda

Non è un adempimento burocratico: è gestione strategica del rischio d’impresa.

Quando serve affidarsi a un consulente specializzato

La classificazione dei rifiuti speciali richiede competenze tecniche in chimica, normativa ambientale e analisi di processo. Un professionista specializzato è in grado di:

  • analizzare direttamente il ciclo produttivo dell’azienda
  • coordinare le analisi di laboratorio necessarie
  • attribuire il codice CER in modo documentato e difendibile
  • predisporre la documentazione richiesta dagli impianti autorizzati
  • aggiornare la classificazione in caso di modifiche normative o variazioni produttive

Hai dubbi sulla classificazione dei rifiuti prodotti dalla tua azienda? Contattaci per una prima analisi: valuteremo i tuoi processi e ti forniremo indicazioni chiare, documentate e conformi alla normativa vigente.

Contattaci per una prima analisi senza impegno.

 

ADR: novità per i controlli su strada di merci pericolose

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha introdotto una nuova procedura per gestire le segnalazioni di irregolarità nel trasporto su strada di merci pericolose.

Questa novità nasce per adeguarsi alla Direttiva UE 2022/1999 e ha l’obiettivo di rendere più uniformi e organizzati i controlli su strada. In pratica, tutte le autorità coinvolte dovranno seguire le stesse modalità per raccogliere, trasmettere e archiviare i dati dei controlli.

Tra le principali novità c’è una nuova “lista di controllo”, un modulo che verrà utilizzato durante le ispezioni. Questo documento sarà compilato in formato digitale dagli organi di polizia stradale per registrare le verifiche effettuate sui veicoli che trasportano merci pericolose.

Le liste compilate dovranno poi essere inviate al Ministero con cadenza mensile, così da garantire un monitoraggio più efficace e continuo.

Per le aziende che si occupano di trasporto di merci pericolose — inclusi i rifiuti pericolosi in regime ADR — è importante conoscere questa lista. Può infatti essere uno strumento utile per verificare internamente le proprie procedure e assicurarsi di essere in regola.

Hai dubbi sul trasporto di merci o rifiuti pericolosi in ADR? Contattaci: possiamo aiutarti a operare in sicurezza e nel rispetto delle normative.

Procedura per i controlli su strada (Allegato 1).

Lista di controllo (Allegato 2)

Un tavolo di crisi per la plastica: perchè?

L’Italia è storicamente uno dei Paesi europei più virtuosi nel riciclo degli imballaggi in plastica, grazie anche al sistema consortile guidato dall’asse CONAI-COREPLA. Negli ultimi anni, il tasso di riciclo degli imballaggi plastici è cresciuto in modo significativo, sostenuto dagli obiettivi europei del Green Deal.
Perché allora si sente parlare di crisi della plastica ed è stato istituito un tavolo istituzionale per discuterne?

Un settore colpito da vari fattori.

Negli ultimi due anni  si è assistito ad una inversione di tendenza rispetto alle precedenti annualità, dovuta a vari fattori:

  • Crollo dei prezzi del polimero riciclato, spesso meno competitivo rispetto alla plastica vergine importata.
  • Aumento dei costi energetici e logistici, che incide soprattutto sugli impianti di selezione e riciclo meccanico.
  • Concorrenza extra-UE, con flussi di materiali a basso costo provenienti da mercati meno regolati.
  • Domanda stagnante da parte dei trasformatori, in particolare nei settori edilizia, automotive e packaging non alimentare.

Il risultato è un forte stress finanziario per molte aziende della filiera: selezionatori, riciclatori e produttori di granulo riciclato.

Il tavolo di crisi sulla plastica

Di fronte alle difficoltà del comparto, il Governo ha istituito un tavolo di crisi sulla plastica presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, coinvolgendo imprese, associazioni di categoria, consorzi e rappresentanze sindacali.

Gli obiettivi principali del tavolo sono:

  1. Monitorare la situazione economico-finanziaria delle aziende del settore.
  2. Valutare misure di sostegno temporanee, anche sul fronte energetico.
  3. Rafforzare la domanda di materiale riciclato, ad esempio tramite:
    • obblighi di contenuto minimo riciclato,
    • criteri ambientali minimi (CAM) negli appalti pubblici,
    • incentivi fiscali per l’uso di plastica riciclata.
  4. Contrastare fenomeni di dumping e concorrenza sleale.

Il confronto si inserisce in un quadro europeo più ampio, dove la sfida è duplice: da un lato ridurre la produzione di plastica monouso, tra gli obiettivi primari del nuovo Regolamento  Europeo Imballaggi (PPWR),  dall’altro garantire la sostenibilità economica del riciclo.

Plastica vergine vs plastica riciclata

Uno dei problemi centrali è la forte correlazione tra prezzo della plastica vergine e prezzo del petrolio.
Quando il costo delle materie prime fossili diminuisce, la plastica vergine diventa più economica, mettendo fuori mercato il materiale riciclato, che ha costi di raccolta, selezione e trattamento più elevati.

Questo squilibrio evidenzia un limite strutturale: il mercato da solo non garantisce la transizione circolare. In assenza di politiche industriali mirate, di strumenti fiscali o regolatori e di obblighi di utilizzo di riciclato il rischio è che si blocchino investimenti in nuovi impianti e tecnologie avanzate.

Implicazioni ambientali

In aggiunta, la crisi del settore industriale, si traduce anche in una crisi ambientale.

Se gli impianti riducono la produzione o chiudono:

  • aumenta il rischio di esportazione dei rifiuti plastici,
  • cresce la quota di avvio a recupero energetico,
  • si rallenta il raggiungimento degli obiettivi europei di riciclo e contenuto minimo riciclato.

Quali prospettive?

Il 2026 potrebbe rappresentare un anno decisivo. Molto dipenderà da:

  • attuazione concreta degli obblighi europei sul contenuto riciclato;
  • stabilità dei prezzi energetici;
  • capacità del tavolo di crisi di tradurre il confronto in misure operative.

Per il mondo ambientale, la sfida è di riuscire a trasformare una crisi industriale in un’occasione per rafforzare la qualità del riciclo, l’eco-design e la responsabilità estesa del produttore.

Biometano e sostenibilità: energia rinnovabile certificata per la transizione ecologica

Nel difficile ed accidentato percorso verso la neutralità climatica, il biometano sta emergendo come uno dei protagonisti più concreti e promettenti della transizione energetica.
Quale fonte rinnovabile ed integrabile nelle infrastrutture già esistenti, il biometano rappresenta un perfetto esempio di economia circolare applicata all’energia.

Affinchè questo potenziale si traduca in benefici reali per il clima e l’ambiente, un elemento è fondamentale: la sostenibilità certificata.

Cos’è il biometano e perché è strategico

Il biometano è un gas rinnovabile ottenuto dalla raffinazione del biogas prodotto dalla digestione anaerobica di matrici organiche, come scarti agricoli, rifiuti organici, reflui zootecnici e sottoprodotti agroindustriali.
Una volta purificato, il biometano ha caratteristiche chimiche quasi identiche a quelle del gas naturale fossile e può essere immesso nella rete, utilizzato per la produzione di energia o impiegato come carburante sostenibile nei trasporti.

Il suo valore ambientale è duplice:

  • Riduzione delle emissioni di gas serra, grazie alla sostituzione dei combustibili fossili e al recupero del metano che altrimenti verrebbe disperso in atmosfera.
  • Valorizzazione dei rifiuti e dei sottoprodotti, trasformando un problema ambientale in una risorsa energetica.

Tuttavia, non tutti i tipi di  biometano sono uguali dal punto di vista ambientale. È qui che entrano in gioco le certificazioni di sostenibilità.

Perché le certificazioni di sostenibilità sono fondamentali

Le certificazioni servono a garantire che il biometano sia prodotto nel rispetto di criteri ambientali, sociali ed economici rigorosi. In assenza di controlli e standard condivisi, il rischio è quello di pratiche poco sostenibili, come l’uso intensivo di colture dedicate o una gestione non ottimale delle risorse.

Le principali certificazioni di sostenibilità:

  • verificano l’origine delle materie prime,
  • misurano la riduzione effettiva delle emissioni di CO₂ lungo l’intero ciclo di vita,
  • assicurano il rispetto dei criteri di tutela del suolo, dell’acqua e della biodiversità,
  • garantiscono tracciabilità e trasparenza lungo la filiera.

A livello europeo, i sistemi di certificazione riconosciuti dalla Direttiva sulle Energie Rinnovabili (RED) sono diventati uno strumento chiave per l’accesso ai mercati e agli incentivi.

Novatech è operatore certificato nella filiera dei biocombustibili.

La certificazione riveste un valore di affidabilità e credibilità:  significa dimostrare in modo riconosciuto ed oggettivo il proprio impegno ambientale e rappresenta una garanzia di qualità e coerenza con gli obiettivi climatici.

Novatech ha conseguito nel corso del 2025, in veste di operatore economico trader, la certificazione di sostenibilità per bioliquidi e biocarburanti per i sottoprodotti di origine vegetale e per l’olio usato da cucina secondo il Sistema Nazionale di Certificazione dei Biocarburanti e Bioliquidi.

Con questo ulteriore investimento nel percorso di certificazione, Novatech rafforza la propria credibilità e si conferma un partner affidabile e allineato agli obiettivi della transizione energetica.

Certificato Novatech filiera biocombustibili e biocarburanti

Hai bisogno di ulteriori informazioni su questo argomento? Contattaci qui.

Picco di influenza: ma quanto ci costa in termini ambientali?

Quando si parla di influenza, l’attenzione si concentra quasi sempre sugli effetti sulla salute e sull’economia. Molto meno considerato è il costo ambientale che un’epidemia influenzale comporta. Anche se l’influenza stagionale è generalmente meno grave di altre emergenze sanitarie, il suo impatto ecologico è significativo, soprattutto perché si ripete ogni anno.

Un sistema sanitario più energivoro

Durante un’epidemia di influenza, ospedali, ambulatori e farmacie lavorano a pieno regime. Questo significa più consumo di energia e acqua per riscaldamento, elettricità, sterilizzazione degli strumenti e funzionamento continuo delle apparecchiature mediche. Aumenta anche l’uso di farmaci, test diagnostici e vaccini, la cui produzione richiede materie prime, processi chimici ed energia.

Rifiuti sanitari: un problema crescente

Uno degli impatti ambientali più evidenti riguarda i rifiuti. Mascherine, guanti, siringhe, flaconi di medicinali e materiali monouso diventano rifiuti sanitari. Questi materiali non possono essere riciclati e vengono in gran parte inceneriti, con conseguenti emissioni di gas serra e sostanze inquinanti.

L’effetto cumulativo dell’influenza stagionale

A differenza di grandi pandemie, l’influenza stagionale ha un impatto ambientale relativamente contenuto nel singolo evento. Tuttavia, il fatto che si ripresenti ogni anno fa sì che il suo costo ecologico si accumuli nel tempo. Piccoli aumenti di consumo e di rifiuti, ripetuti regolarmente, producono un effetto tutt’altro che trascurabile.

Si può ridurre l’impatto?

Ci siamo interrogati su come potere ridurre l’impatto ambientale dell’influenza.

Le strategie che ci sono venute in mente sono:

  • investire in prevenzione (come con la vaccinazione),
  • migliorare l’efficienza energetica delle strutture sanitarie, con benefici in ogni momento dell’anno,
  • ridurre l’uso di materiali monouso, compatibilmente con gli aspetti igienici,
  • sviluppare dispositivi di protezione e imballaggi più sostenibili, magari con contenuto di riciclato.

Te ne vengono in mente altre? Riesci ad essere sostenibile anche quando hai l’influenza?

Buon anno e buona salute a tutti!

Un nuovo anno, nuove scelte: piccoli gesti per un futuro più sostenibile

L’inizio di un nuovo anno è il momento perfetto per fare spazio a buone abitudini.
Tra i buoni propositi più importanti, c’è sicuramente quello di vivere in modo più sostenibile: non serve stravolgere la propria vita, basta partire da piccoli gesti quotidiani che, messi insieme, fanno una grande differenza.

Ripensare i consumi

Prima di acquistare qualcosa, chiediamoci: ne ho davvero bisogno? Ridurre gli acquisti impulsivi è uno dei modi più efficaci per abbassare il nostro impatto ambientale. Preferiamo prodotti durevoli, riparabili e, quando possibile, di seconda mano. Ogni oggetto usato è una risorsa salvata.

Ridurre gli sprechi, a partire da casa

Lo spreco alimentare è ancora un grande problema. Pianificare i pasti, conservare correttamente il cibo e valorizzare gli avanzi sono ottime strategie.
Anche in bagno e in cucina possiamo fare la differenza scegliendo prodotti sfusi, ricaricabili o con imballaggi minimi.

Muoversi in modo più sostenibile

Quando possibile, scegliamo di camminare, andare in bici o usare i mezzi pubblici. Anche alternare l’auto con modalità di trasporto più sostenibili solo alcuni giorni a settimana può ridurre notevolmente le emissioni e migliorare il nostro benessere.

Risparmiare energia ogni giorno

Spegnere le luci inutili, scollegare i caricabatterie, usare elettrodomestici efficienti e abbassare di un grado il riscaldamento sono azioni semplici ma efficaci. Meno energia consumata significa meno emissioni e bollette più leggere.

Scegliere di informarsi ed essere di ispirazione per gli altri.

Seguire progetti ambientali, leggere notizie affidabili, libri di ispirazione e condividere buone pratiche aiuta a creare una comunità più consapevole.
Il cambiamento è contagioso: parlare di sostenibilità con amici e familiari è già un atto concreto e che non costa nulla!

RENTRI: in arrivo il FIR digitale. Preparati con la guida gratuita di Novatech.

A partire dal 13 febbraio 2026 il Formulario di trasporto rifiuti (FIR) sarà digitale.

Novatech offre una roadmap sul funzionamento del nuovo sistema di tracciamento digitale e alcuni preziosi consigli su come prepararsi a questa importante novità.

Cos’è il FIR digitale?

Il FIR digitale (Formulario di Identificazione dei Rifiuti digitale) è il documento elettronico che, tramite il sistema RENTRI (Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti), consentirà di tracciare i rifiuti durante il trasporto dal produttore all’impianto di destinazione.

In pratica, sostituirà il tradizionale formulario cartaceo e permetterà la gestione digitale di tutte le informazioni relative ai rifiuti (origine, tipologia, quantità, trasportatore, destinatario), garantendo trasparenza, semplificazione e controllo lungo tutta la filiera.

La guida sintetica gratuita di Novatech.

Per non  arrivare impreparati a questo importante cambiamento nella gestione dei documenti legati alle movimentazioni di rifiuti, Novatech ha predisposto una guida sintetica sulle novità che ci attendono.

La guida è messa a disposizione degli iscritti alla newsletter: scaricala qui!

Per ogni ulteriore informazione o dubbio, contattaci.

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